am mestieriNell’arte della produzione del vino ognuno  aveva il proprio compito e sapeva utilizzare appositi strumenti, tutti identificati con un nome dialettale.

Figura professionale di rilevo era "l'innestadù", ovvero colui che era specializzato nell'impianto di un nuovo vigneto; con il “marass”, il falcetto, si appuntivano i pali delle viti e con il “gabarò, un coltello, si pelavano i salici,   con il “fer da pra” si tagliava l’erba.

Un lavoro molto faticoso era svolto dal  "basladù", che utilizzava il "basli", un asse di legno a cui venivano attaccate le cavagne con l'uva per essere trasportate in fondo ai filari dove si trovavano grandi recipienti, le sporte, per contenere l’uva; con la “pudarlena”, un piccolo falcetto si coglieva l’uva e se occorreva tagliare qualcosa si utilizzava  il “furbson”, il forbicione.

Gli uomini che lavoravano si dissetavano bevendo dalla “butàsa”, un contenitore di legno con un foro in cui si inseriva una cannuccia; il vino che si beveva quotidianamente era differente da quello prodotto per la vendita. In molti si ricordano, infatti, la “acqueta”, ovvero una bevanda ricavata dallo scolamento dello scarto della pigiatura; una volta separato il mosto, si aggiungeva dell’acqua.

nella " navàsa" ( grande vasca) gli uomini, almeno due per ogni carico,  pigiavano l’uva con i piedi;

vi era anche  "il brentadù", che utilizzava la “brenta” per travasare il vino, ovvero un recipiente in legno a forma di cono  rovesciato, con le spalline fatte con il  salice. La brenta diventò una vera e propria unità di misura   Occorreva anche chi si occupasse delle famose cavagne, ecco allora  "il cavagnè"; tali ceste dovevano essere prodotte da artigiani specializzati che ben conoscevano l'importanza di intrecciare in modo stretto i vimini per evitare che si perdesse parte del succo lungo il tragitto dalla vigna alla cantina, soprattutto in caso di pioggia.

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