am vendemmiaDa settembre cominciava la preparazione per il rito della vendemmia, che rispetto ad oggi avveniva più tardi, sintomo dei cambiamenti climatici... C’è ancora chi ricorda la necessità, talvolta, di accendere il fuoco tra i filari per riscaldarsi durante il lavoro del mese di ottobre.

Il lavoro di uomini e donne , condotto esclusivamente a mano, con buoi, asini o cavalli, alla fine degli anni Cinquanta iniziò ad essere integrato dalla prima meccanizzazione che diventò sempre più diffusa negli anni Settanta.  In alcuni luoghi  la macchina per la pigiatura fece la sua comparsa anche nella metà degli anni Quaranta, quando questa attrezzatura meccanica, spesso acquistata da un'unica famiglia, veniva utilizzata a turnazione dai vignaioli.

Erano le donne a entrare nei filari con le cavagne  e a riempirli con l'uva raccolta. Gli uomini recuperavano le cavagne e li portavano alla fine del filare e versavano l'uva nelle sporte. Quando si arrivava a dodici o quindici sporte riempite, si caricava l'uva sui carri; nei tratti più scoscesi occorreva l'ausilio di slitte. Le sporte venivano portate in un locale chiamato tinaia dove c'erano dei grandi recipienti di legno - le bigonce – riempite  fino a quaranta quintali;  gli uomini, due per ogni bigoncia, pigiavano l'uva alla sera. Attraverso la brenta si  trasportava il contenuto delle bigonce in cantina e lo si  versava nelle vasche dove si lasciava fermentare il prodotto.

Durante il momento della vendemmia, il lavoro dei familiari non era sufficiente e venivano impiegati salariati, uomini e donne, da altri paesi, anche dell'Alto Oltrepo che erano ospitati presso le cascine.

Il lavoro tra i filari era faticoso ma non faceva perdere l'allegria:  si cantava, erano le donne intente alla raccolta dell'uva a rendere i filari ricchi di suoni. Il pasto  era costituito da pane, vino e acqua; talvolta anche da salame, lardo o qualche fetta di "cacciatorino", prodotti ricavati dopo l'uccisione del maiale presente nella cascina

Finita la vendemmia, alla sera, i vignaioli si incontravano nelle piazze delle frazioni per assaggiare l'un l'altro il mosto e discutevano, con grande maestria, delle diverse caratteristiche organolettiche di ogni mosto, riconoscendo esattamente da quale vigna provenisse ogni prodotto. Ogni attività veniva realizzata secondo un importante sapere tradizionale che  nasceva dall'esperienza.

Al termine dei lavori si organizzava l’immancabile  "curmà"; si festeggiava così il raccolto e si ringraziavano i lavoratori stagionali che, provenienti anche da lontano, si erano fermati nelle cascine. C'era chi preparava salami e chi tagliava la pancetta migliore, insomma, occorreva ricompensare ogni vendemmiatore. Ma presto sarebbero ricominciati i lavori in cantina e nei vigneti.

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